Llapaku musique des Andes

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In questa sezione vi parleremo di libri sul fenomeno Punk, ma anche e soprattuto di gruppi ad esso collegati. Saremo un po’ critici perché molti gruppi pretendono una affiliazione punk allorché non ce l’hanno, e usano questo sotterfugio per motivi commerciali. Come sempre, se avete libri da suggerirci scriveteci e saremo felicissimi di aggiungere una recensione dei libri più originali - con una preferenza per le opere più recenti, ma non è detto, non si sa mai...

Cult Rock Posters:

I dieci anni dell’era Glam, Punk e New Wave.
Autore: Roger Crimlis; Editore: Billboard Books.
Anno 2006, 188 pagine

Questo testo, pur non essendo dedicato unicamente ai gruppi punk, è un piccolo gioiello perché presenta una analisi estremamente precisa dell’arena musicale in cui è avvenuta l’esplosione della bolla punk. Accanto a fenomeni puramente marketing, che hanno un posto in questa rivista, se non altro per la loro innegabile presa sul vasto pubblico (pensiamo a Blondie, Brian Ferry, Roxy Music) e a personaggi antediluviano che pur meritavano di essere citati per la loro influenza sulla formazione degli eroi punk (Patti Smith, David Bowie, Lou Reed), Cult Rock Posters traccia un ritratto originale e inedito di Iggy Pop, Pistols, Clash (di cui si tace la deriva successiva, che esula dall’argomento scelto dagli autori). Perfino Bow Wow Wow sono esposti sotto una nuova luce, che privilegia l’aspetto artistico che certamente non mancò loro e stende altresì un velo di silenzio sulla direzione plastic-pop in cui il loro manager Malcom Mac Laren voleva imprigionare il loro talento. Purtroppo, in questa splendida collezione vengono citati anche insulsi personaggi che non c’entrano niente con la cultura punk, come quel fenomeno da baraccone di Alice Cooper e la stupida band con la linguaccia fuori, che non merita nemmeno di essere nominata in queste righe.

Please Kill Me:

La storia orale del Punk
Autore: MacCain et al.; Editore: Grove Press.
Anno 2006, 452 pagine

Per tutti coloro che hanno dimenticato cosa sia stato andare in giro per King’s Road nel 1976; per tutti coloro che hanno voglia di fare un tuffo indietro e ricordarsi come eravamo; per tutti coloro che darebbero qualunque cosa per rivivere un’ora al Roxy (prima che i Crass ne fossero cacciati); e finalmente, per tutti coloro che sono nati troppo tardi per vivere la formidabile epopea del Punk. Per loro e per tutti gli altri, un gruppo di autori ha raccolto una enciclopedia di documenti, fatti, aneddoti, testimonianze sul periodo più rivoluzionario della storia della musica moderna. Più precisamente, e forse per la prima volta, viene fatto uno studio serio e approfondito del processo attraverso il quale il male di vivere di centinaia di artisti è stato canalizzato verso l’espressione musicale anziché (come spesso accade) verso le abituali forme di depressione e di follia. Un esempio quasi clinico di come trasformare la depressione ed il nichilismo in una forma artistica senza precedenti e ahimé, per ora senza successori. Per chiunque abbia vissuto quegli anni e ricorda l’esplosione della musica punk, Please Kill Me è un documento ricco di foto inedite e di interviste delle stars in persona, e gronda verità nichilista da tutti i pori.

Burning Britain:

Autore: Ian Glasper; Editore: Cherry Red Books.
Anno 2004, 399 pagine

Una chicca per intenditori. Lontano dai riflettori e dalle presunte stars il cui talento era incollato con il chewing-gum da manager senza scrupoli per addormentare le orecchie di adolescenti brufolosi, il panorama punk inglese dei primi anni 80 conosceva una quantità di gruppi meno conosciuti ma dalle capacità artistiche innegabili. Essi conobbero un successo limitato a un pubblico ristretto, ma che votò loro una fedeltà straordinaria. Oltre ai più conosciuti (e sempreverdi) UK Subs di Charlie Harper, i conoscitori apprezzano i Vice Squad, gli Anti Pasti, e i The Defects, cui Burning Britain dedica tantissime pagine, accanto a quelle che narrano la storia di gruppi più oscuri come gli Xtract e i SolfdierDolls. Per tutti i delusi dalla commercializzazione e dalla banalizzazione del fenomeno punk, una ventata d’aria fresca da parte di giovani artisti underground e alternativi che facevano ottima musica per chi aveva voglia di ascoltarla.

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